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Egle Palazzolo

Possiamo ben dirlo, a proposito del doctor Faust che sin dalla prima volta che ci si imbatte in lui, nella sua

storia e nel suo fitto rapporto con Satana, si rimane fatalmente imbrigliati. 

Un personaggio a tutto tondo ma egualmente, in ogni suo pezzo, smontabile e riducibile sino a dannazione

o salvezza.

Una vera attrazione, quasi un passo obbligato per scrittori, per pittori, per compositori, per critici.

La lotta fra il bene e il male, la debolezza e insieme l’ambizione verso “l‘impossibile” dell’uomo che,

o sprofonda nella crisi, o accetta il patto col diavolo e si riappropriai di giovinezza e di amore.

Faust arriva al bisogno del veleno per risolvere un credo che non riconosce, una vita che nulla offre

e diviene facile preda del sottile maleficio del demonio che gli offre nuova giovinezza e amore.

L’amore irrefrenabile di Faust è per Margherita la figura femminile sin all’inizio amaramente

predestinata.

E sulla figura di Margherita, sulle lusinghe che l’avvincono, su una castità derisa da un demonio

che la manovrerà senza scampo, ci si ferma, commossi, come sulla vittima, in massima parte 

innocente di una vicenda “eterna” di cui Mefistofele rimane il principale protagonista.

Nel Faust di Charles Gounod, attuale appuntamento di successo, al Teatro Massimo di Palermo, 

Méphistophélès è Erwin Schrott applauditissimo non soltanto per la sua ineccepibile interpretazione 

quanto per una padronanza scenica che permette al signore degli inferi, efficaci sfumature. 

Del resto, esca ed entri furtivamente in scena ha il su ruolo primario anche qui, pur se il suo nome

non da come per Boito, titolo all’opera. Ed il paragone e, a tratti la frontalità di due versioni di uno

stesso avvincente dramma umano, pone, di volta in volta, lo spettatore alla prova. Ma non contano

voti in pagella e non soltanto per la diversità dei due compositori. 

Solo è impossibile non pensare all’uno se si è di fronte all’altro.

Siamo a date assai vicine di apparizioni sceniche, 1859 Gounod e 1868, in prima versione Boito,

quest’ultimo ispirato letterariamente a Goethe, mentre Gounod lo fu da Bulgakov de il 

“Maestro e Margherita”. Ma per il fascino diverso che sulla scena ottiene il “sobrio” compositore

parigino e per il suo fecondo legame culturale germanico francese che, come riconosce Camille Saint-Saens

(lo riporta tra l’altro il prezioso libretto di sala) egli forse ricercò e seppe mostrare. 

Consideriamo, e proprio per la fitta letteratura che Faust ha sollecitato, che nell’opera di Boito c’è

l’assonanza tra musica e parole che l’autore, egli stesso letterato, non poteva non ritrovare,

mentre per Gounod, firme dei librettisti sono in quest’ultima versione 2025 quelle di Jules Barbier

e Michel Carrè.  E a proposito del cast, qualche altra citazione riguarda, a parte l’impegno di ognuno,

la bella prova della soprano, una Margherita – Federica Guida – ripagata da fitti applausi.

Compatta la regia di Fabio Ceresa, misurata la scenografia di Tiziano Santi, a giusto effetto i costumi di

Giuseppe Palella. 

Un particolare sì alle luci di Giuseppe di Iorio.

Unanime riconoscimento alla direzione di Frédéric Chaslin.